Arrivarono all'ultima partita schiacciati dalle critiche, in silenzio stampa. Ma vinsero, imponendo alla Germania la dura legge del gol. e oggi? Ricordano, e rimpiangono... Hanno vinto un Mondiale aggrappandosi al silenzio. E ora campano quasi tutti di parole. Più che una vita, un contrappasso. Seppelliti dalle critiche, schiacciati dalle pressioni di una fase preliminare prematuramente impantanata nelle sabbie mobili della differenza reti, si sono seduti un giorno a tavola e hanno deciso che bastava.
Da lì in poi nessuna parola sarebbe uscita. Silenzio stampa. Un inedito, allora. Era il 23 giugno 1982. Scelsero un solo portavoce: Dino Zoff. Un contrappasso anche il suo: Zoff era, ed è ancora, l'uomo dei grandi silenzi. e infatti lui sta tra i pochi che non vivono di parole nemmeno oggi, va in Tv lo stretto necessario, parla, sbuffando tra le labbra semichiuse, quanto basta per dire cose autorevoli e chiare, poi saluta, ringrazia e se ne va.
Ha fatto così nel 2000, il giorno dopo un Europeo sfumato per un niente. Ha lasciato la panchina della Nazionale maggiore, a seguito di una critica di Silvio Berlusconi che metteva in discussione la sua dignità professionale.
"Per me", dice oggi, "non si poteva fare altrimenti". Quell'urlo che non si può scordare È stato allenatore della Juventus, della Lazio e poi sulla panchina breve e scomoda di una Fiorentina disastrata.
E ora? "Niente". Eppure il suo nome esce ogni volta che serve una faccia seria e pulita:
"Già, al momento si fa il nome e poi basta."
Sembra una risposta amara, ma Zoff non cade nella trappola dei se:
"Mi ritengo fortunato ad aver fatto della mia passione il mio mestiere, ho raccolto successi che non osavo sognare. Alla vita non potevo chiedere di più."
Anche Claudio Gentile, ex marcatore senza gentilezze, è un po' scomparso dalla circolazione. L'ultimo avvistamento è stato sulla panchina della Nazionale under 21. Tanti successi, ma non son bastati. La Federazione dell'immediato postcalciopoli aveva urgenza di spazzare il vecchio, senza curarsi del rischio di buttare via un buon tecnico con l'acqua sporca del calcio imbrattato.
Non c'è stato posto per lui nella nuova Under 21, tantomeno nella successione a Lippi. Per uno che ha preso una porta in faccia, uno che l'ha data: Marco Tardelli. Dello "Schizzo" di un tempo in 25 anni ha perso lo scatto, ma non il carattere: nel Cda della "nuova" Juventus ha resistito quanto bastava per capire che il nuovo corso correva un po' poco per i suoi canoni, che Roberto Bettega (poi non riconfermato) era troppo vecchia guardia per un nuovo mondo: "Dimissioni accordate". Disoccupato?
"Certo che no. Lavoro per la Rai e ce n'è parecchio."
Alla storia è passato per molte azioni ma più di tutto per un gol in finale e per l'urlo che ne è seguito. Noi, l'urlo, l'abbiamo visto in Tv:
"Io l'ho vissuto. Io c'ero. L'ho sentito esplodere dentro e poi uscire. Tutto molto spontaneo, non come nel calcio patinato di oggi dove si premedita anche l'esultanza. Il mio ricordo di quei giorni è la sensazione unica di un puzzle con tutte le tessere che si incastravano alla perfezione."
Sempre un po' meglio, man mano che scorrevano giorni e avversari: l'Argentina, il Brasile, la Polonia, la Germania. Molto meglio se ti chiamavi Paolo Rossi:
"Il ricordo più nitido sono i tre gol al Brasile. Però, se ripenso all'11 luglio 1982, la cosa che mi è rimasta di più è quell'imbuto pieno di tricolori, le bandiere che sventolavano in tutto il Bernabeu e quel senso irripetibile di appartenenza, la presa di coscienza di rappresentare un Paese intero davanti al mondo."
Anche Pablito oggi è una voce, commenta partite su Sky, ma è stato un ritorno recente, dopo una lunga disintossicazione:
"Per molto tempo mi sono occupato solo della mia attività immobiliare e dell'agriturismo in Toscana, ancora oggi sono il mio primo lavoro.
Avevo bisogno di stare lontano, di prendere coscienza anche vivendo che il calciatore Pablito non c'era più."
Quelli che il calcio in Tv Alessandro Altobelli, oggi un po' meno "Spillo" almeno per corporatura, è andato lontano in un altro modo: prima in senso figurato, verso la politica, assessore allo Sport al Comune di Brescia, negli anni Novanta, e poi davvero, in Tunisia dove ha una casa, un buen retiro.
Lì ha fatto amicizia con il direttore di Al Jazeera sport: ne è nata una collaborazione.
"Faccio il commentatore per loro, assieme a Cesare Maldini e, a Brescia, per Teletutto. Quei giorni di 25 anni fa? Formidabili."
Quando segnò il suo gol guardò le telecamere incredulo. Lo era?
"Incredulo? No. Ero abituato a segnare. Venivo da tanti gol in carriera. Però quello era il sogno di una vita. Non capita a tanti di segnare in finale mondiale."
Aveva giocato i minuti centrali, una lunga, proficua, parentesi, tra Ciccio Graziani e Franco Causio: al vecchio Barone (oggi voce di Sky), Bearzot aveva concesso gli ultimi minuti di vetrina, a titolo di consacrazione. Graziani, invece, ricorda la sua toccata e fuga come un garbuglio di soddisfazione e rimpianto:
"All'inizio furono dolore e rabbia, per la lussazione alla spalla che mi sbatteva dopo otto minuti fuori dalla finale; poi la vittoria ha cancellato tutto, io in fondo avevo partecipato: rispetto a Giancarlo Antognoni, che aveva giocato tutto il Mondiale tranne l'ultima partita, ero stato fortunato."
Graziani, oggi commentatore Mediaset, è uno da approcci positivi, lo si capisce da come si è buttato nel tritacarne della Tv: ha fatto l'allenatore nel reality show Campioni con le telecamere negli spogliatoi del Cervia, urla e strepiti inclusi:
"Se lo rifarei? Come no! Mi sono divertito."
i ricordi, le voci, i silenzi Mediaset dà lavoro anche al bell'Antonio Cabrini. Qualcuno pochi giorni fa aveva fatto il suo nome per la panchina della Cremonese, ma il tempo dei sospiri e dei ritorni non bussava per lui.
Beppe Bergomi, senza più baffi, entrato in finale al posto di Giancarlo Antognoni, sembra più ragazzino oggi d'allora. Fa il telecronista a Sky e l'opinionista a Radio Capital in strano trio con Paolo Bonolis e Vittorio Zucconi. Di 25 anni fa gli resta il soprannome: "lo Zio". Glielo diede Giampiero Marini. Così:
"Quanti anni hai? Diciassette? Ma figurati, sembri mio zio."
Anche Fulvio Collovati, produttore televisivo di Canale Italia, lavora di parole. Eppure fatica a trovarle per raccontare:
"È come se avessi paura di disperdere i ricordi. I miei momenti più intensi di allora sono intrisi di silenzi. Il rapporto con Enzo Bearzot, bellissimo, era fatto soprattutto di sguardi. Tra friulani ci capivamo così. Anche con Zoff. E con Gaetano Scirea che era milanese ma somigliava a noi."
Non per caso Scirea era – come Bruno Conti, oggi responsabile tecnico della Roma, e Lele Oriali, consulente di mercato dell'Inter – tra i pochi rimasti al calcio vissuto.
Il 3 settembre 1989, quando un incidente l'ha rapito a 37 anni, faceva l'allenatore, era secondo di Zoff alla Juve.
Due anni prima si era rimesso sui libri per prendere il diploma di maturità. E da quello un po' si capisce che tipo era.
Elisa Chiari


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