Paolo Bettini

Due Ruote Sotto il Cielo Il Mondiale, il dolore, uno sport massacrato:
"Volevo smettere, ma la mia vita è in bici."
E il 2007 potrebbe essere l'anno delle Fiandre. Ha una faccia da ciclismo d'altri tempi, di quando a 32 anni non si era più ragazzi da un pezzo. Il 2007 di Paolo Bettini ha radici in una stagione che sembra uscita da un verso di Montale anche se la sua Maremma non è la Liguria degli Ossi di seppia:
"Felicità raggiunta / si cammina per te sul fil di lama."
Aveva fatto appena in tempo a infilarsi raggiante e stremato la maglia iridata, a far uscire a fatica le mani da quelle maniche bianche troppo lunghe:
"e la vita mi ha rimesso con i piedi per terra: otto giorni dopo il titolo mondiale che inseguivo da sempre ho perso mio fratello.
È stato tutto così veloce: dalla gioia immensa al dolore."

Dolore e basta. Assoluto. Senza aggettivi. Aveva ragione Fabrizio De André: gioia e dolore hanno il confine incerto, a volte. L'avevano sulla faccia di Bettini in arrivo solitario al Giro di Lombardia con gli indici puntati al cielo:
"So come stavo in corsa, non avevo toccato la bici per due settimane, non ero pronto, volevo smettere. Ho corso perché me l'hanno chiesto i miei genitori e la moglie di mio fratello Sauro, per lui. Ho corso senza voglia, ai miei compagni chiedevo: "ma che ci faccio qui?". Se rimetto insieme la fatica e quell'arrivo, quella discesa più spericolata del normale – io sono uno che rischia, ma non così –, mi ripeto che quel giorno non ero solo."
È chiaro che pensa a un aiuto che viene da un'altra dimensione, lo dice per lui il suo sorriso tenero e malinconico, anche se Bettini da capitano di lungo corso sa che non si vince mai da soli, nemmeno nei giorni "normali", quando dal cielo arrivano soltanto un sole che ti cuoce anche l'anima o nubi cariche di pioggia:
"Sono stato un gregario prima.
E se qualcosa ha contato all'inizio della mia carriera sono stati quattro anni al servizio di un capitano: da allora so cos'è il sacrificio di chi corre con me e per me, e magari attraverserà dieci anni di professionismo senza vincere una corsa, se vinco è anche per loro, ma so per esperienza che la gioia di una vittoria è di tutta la squadra."
Quella figuraccia a 12 anni Da fuori è difficile da capire. Eppure dev'esserci una poesia che vede al di là dei capitani:
"a 12 anni sono stato battuto da Fabiana Luperini.
A pensarci adesso è una figuraccia, ma allora si correva per divertimento, per stare con gli amici. Si partiva in macchina la mattina con tutta la famiglia, si faceva il picnic, si correva, e la sera si tornava felici anche se s'era perso: le mie prime pedalate sono state su una bicicletta che qualcuno aveva buttato e che mio padre – stipendio da operaio e una famiglia di cinque persone da mantenere – aveva riverniciato per me."
Quando si dice il destino, poteva trovare dei pattini a rotelle:
"No, non ho corso il rischio, correva mio fratello prima di me, il ciclismo l'ho respirato dentro casa."
Era così in tanta Toscana, ancora legata alla memoria di Bartali:
"Il suo era un ciclismo popolare, in cui tutti si riconoscevano anche perché la macchina era un lusso, andavano tutti in bicicletta.
Ora l'impatto è diverso: di concreto, di uguale, è rimasta la fatica. Quando parlo con tifosi e amatori capisco che il fascino che resiste è quello delle grandi classiche, corse sotto la neve o nel vento.
Possono essere cambiati i materiali, gli sponsor, ma il sacrificio rimane uguale."
a proposito di classiche, il 2007 potrebbe essere l'anno giusto per il Giro delle Fiandre che ancora manca. Impossibile non chiedergli, se un Bettini, passato insospettato tra le tempeste altrui, si senta mai a disagio in questo ciclismo:
"Mi sento a disagio sempre.
Non è più l'ambiente sereno e sportivo che ho conosciuto da bambino o quando sono passato professionista dieci anni fa.
È uno sport che si automassacra: corridori positivi, scandali, l'ultimo in Spagna ha rivelato un sistema di doping organizzato a livello internazionale.
Ma c'è anche la disponibilità ad aumentare le difese, perché il ciclismo non muoia: non a caso è lo sport più controllato."
Amore, nonostante tutto Però si continua a cadere in tentazione. Di chi la colpa quando succede?
"Paga sempre il ciclista ed è giusto se viene pizzicato non in regola, ma non è detto che scenda sempre a compromessi da solo: molto spesso c'è la collaborazione di qualcuno: pressioni esterne, incontri sbagliati, fiducia mal riposta."
Con il rischio che, alla fine, in mezzo al gruppo qualcuno ci lasci la salute:
"sì, può darsi. La medicina fatica a dimostrare correlazioni, ma, come in tutte le cose, quando si esagera il rischio c'è."
Eppure Moser ha proposto di liberalizzare tutto:
"Ovvio che si trattava di una provocazione, come la mia sul Dna del resto: c'è la giustizia sportiva, c'è la giustizia ordinaria, facciamole agire, senza climi da caccia alle streghe."
Sembra quasi impossibile che ci sia ancora spazio per l'amore:
"e invece c'è, amo il ciclismo, amo la fatica, anche se magari mi capiranno in pochi, ma la soddisfazione di partire in 200 e arrivare davanti, dopo una gara dura, di ore, non potranno darmela che queste due ruote."
A metà strada tra polvere e cielo.
Elisa Chiari




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