Uno sguardo all'estate di due anni fa, adesso che certe sentenze cominciano a fare un minimo di chiarezza è ancora più interessante rileggere queste parole.

Un'estate incredibile, fra la Coppa del mondo e la retrocessione. Ma a Del Piero non è mai mancata la serenità. Tutto merito di alcune persone... C'è una qualità che bisogna riconoscere ad Alessandro Del Piero: quella di saper trasformare il normale in straordinario, e viceversa.
Affidato ai suoi piedi, un comunissimo pallone può disegnare traiettorie dall'effetto artistico (vedi tanti calci di punizione che sono finiti diritti nella cineteca del calcio).
Non a caso uno che se ne intendeva, l'Avvocato, lo battezzò "Pinturicchio". Eppure questo stesso pittore del pallone riesce a farci sembrare naturale una carriera che di naturale ha ben poco: oltre 500 partite con la Juventus, terzo cannoniere di sempre della storia bianconera, cinque (o sette?) scudetti vinti, coppe, Nazionale, Mondiali...
C'è uno stile in questo ragazzo, 32 anni trascorsi fra il Veneto e Torino, un segreto che gli consente di essere sempre sé stesso, nella buona e nella cattiva sorte, in quegli alti e bassi così violenti e repentini in un mondo sovraesposto come quello del calcio.
E questo stile, questo segreto, emerge con chiarezza dalla lettura di 10 + Il mio mondo in un numero, il libro che Mondadori manda in libreria in questi giorni.
Del Piero, non possiamo non partire dai tragici fatti di Catania...
"Ci vorrebbero, non uno, ma dieci libri per affrontare un argomento così complesso. Certo, nella stagione in cui l'Italia è diventata campione del mondo, ritrovarsi, ancora una volta, a dover piangere la perdita di una vita umana è inconcepibile.
Si sono dette tante cose in questi giorni... Quello che io sento, e in maniera drammatica, è l'abisso fra quei fatti e il calcio, il mio calcio, che è gioia, passione, sacrificio, impegno.
E l'unica cosa che mi sento di raccomandare è proprio questa: tutti devono fare la propria parte, a qualsiasi livello, a partire da me stesso."
In quale modo?
"Noi calciatori con il nostro atteggiamento in campo, che dovrebbe suggerire solo sportività e fair play; le istituzioni e i mezzi di comunicazione, che dovrebbero trovare risposte efficaci, affinché episodi del genere non accadano più."
Veniamo al tuo libro: come è nata l'idea di scriverlo?
"Non è un'autobiografia, ma la fotografia di un momento particolare della mia vita, culminato nella scorsa estate in due eventi incredibili, anche se di segno opposto: la vittoria ai Mondiali in Germania e la retrocessione della Juventus in Serie B."
Citi tanti episodi, difficili, come l'infortunio, e felici, come le vittorie. In che modo sei riuscito a mantenere un equilibrio e a non perderti?
"Credo che dipenda anzitutto dal carattere e poi dalla famiglia in cui sei cresciuto e dall'educazione che ti ha dato.
Contano molto le persone che ti stanno attorno, nel lavoro e in famiglia. Nel mio caso è decisivo il rapporto che ho con il mio club e con mia moglie Sonia. In fondo, il comportamento di un calciatore in campo non è altro che lo specchio di quello che è nella vita: se una persona è serena, è difficile che quando gioca diventi aggressiva o esagitata."
La famiglia è un motivo ricorrente del tuo libro, la citi molto spesso...
"Sono le persone con le quali trascorro il mio tempo. Sicuramente ho fatto la fortuna delle compagnie telefoniche! Mio fratello e mia madre abitano nel Veneto, e siccome siamo molto legati ci telefoniamo di frequente.
Sono complici e responsabili della mia vita, per questo mi viene spontaneo parlare di loro."
Si dice che oggi nel calcio non esistono più bandiere, ma tu fai eccezione: perché sei sempre rimasto alla Juve?
"Ci siamo scambiati molti favori, le vittorie hanno fatto morale, ho sempre avuto un forte legame con i colleghi con cui ho lavorato...
Nel frattempo, a Torino ho conosciuto la ragazza che è diventata la mia fidanzata e poi mia moglie, ho fatto amicizie.
E sono juventino da sempre e la Juve resta la squadra dei sogni."
Anche in Serie b?
"Non è stato facile mettere da parte l'orgoglio dopo 13-14 anni ai massimi livelli, vincendo tutto il possibile.
Infatti, alcuni compagni hanno fatto una scelta diversa, che rispetto. Ho dovuto riflettere, sono rimasto perché avevo altre motivazioni, e ora mi considero soddisfatto."
Il calcio si è realmente rinnovato dopo il terremoto dell'anno scorso?
"In generale direi di no. Ci sono troppe questioni rimaste sospese, e non mi riferisco solo a quello che è venuto fuori la scorsa estate.
Il fatto è che le società si lavano le mani l'una con l'altra. Andrebbero affrontati di petto molti problemi, sia economici sia relativi alla sicurezza e al rapporto con le tifoserie, come purtroppo si è visto a Catania."
Esistono amicizie vere nel calcio?
"sì: ho amici dai tempi in cui giocavo nel Padova, come Angelo Di Livio. Non è facile mantenerle, perché il lavoro spesso ci porta a vivere in città diverse, ma nell'amicizia la qualità dei rapporti conta più della quantità, conta l'essere presenti nel momento del bisogno."
Come è stato con Pessotto, quando con Zambrotta, Cannavaro e Ferrara avete lasciato il ritiro ai Mondiali per andarlo a salutare...
"Magari visto dall'esterno è sembrato un bel gesto, per noi è stato ovvio, naturale. Sapevamo che in quel momento, a causa delle sue condizioni di salute, non avremmo potuto fare molto, ma eravamo convinti che fosse importante essere lì e siamo sicuri che la nostra presenza gli abbia trasmesso energia."
Nel libro stili molte classifiche, non quella degli allenatori...
"Non per dimenticanza... Mi sono trovato bene con tutti, davvero, tranne che con l'ultimo (Capello, ndr.)."
Da sei anni sei impegnato con l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro: perché lo fai?
"È importante usare bene la propria notorietà. Poi, ciascuno si lega con più passione e convinzione a certi progetti in base all'esperienza personale: nel mio caso, la morte di mio padre."
Come ti immagini fra 10 anni?
"Cosa farò da grande... Una volta smesso di giocare, realizzerò un sogno: andare a vivere per un po' a Los Angeles, una città che mi ha sempre affascinato.
Mi piacerebbe avere dei figli, e molti mi dicono che questo ti cambia la vita e modifica i progetti...
Vedremo: per il momento ho voglia di giocare, mi sento giovane."
Paolo Perazzolo


E questa è un'intervista molto recente:



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