Zelimir Obradovic ha tremato, per venti minuti, ed alla fine la vittoria è stata ancora più bella. Ma Etto­re Messina e il suo Cska non potevano finire così la loro quarta finale europea consecuti­va. Non potevano essere realistici quei 23 punti di distacco che, poco più che a metà ga­ra, separavano le due squadre, il Panathinai­kos avanti a bombardare il canestro russo con triple a ri­petizione e il Cska all'angolo a scuotere la testa, incapace di reagire.
Poi la reazione, inevi­tabile, è arrivata e Zeljko Obradovic ha cominciato a sudare, e a tremare. S'è visto bene in tv quel suo volto ar­rossato dalla tensione, i pochi capelli scom­posti alla ricerca di qualche diavoleria tatti­ca che fermasse il recupero dei russi.
Che però si è fermato sull'ultimo attacco e sull'ul­tima difesa dei greci. I 23 punti s'erano ri­dotti ad appena due: sufficienti per tagliare il traguardo del sesto titolo europeo per il Pa­nathinaikos (quarto con Obradovic alla gui­da), settimo trionfo personale per Zeliko, quarantanove anni compiuti il 9 marzo scor­so, alle spalle una vita di avventure.
Lo ricordiamo all'esordio da coach, nella Final Four di Coppa dei Cam­pioni (allora si chiamava così e allineava al­lo start solo la squadra campione di ogni Pae­se) a Istanbul, nel 1992.
Ottimo giocatore, carriera frenata da un anno di carcere: un incidente stradale, un passante investito e uc­ciso per sua colpa.
Chiunque altro ne sareb­be uscito decisamente male, Zelimir, detto Zeljko, ha invece cercato nel suo sport il ri­scatto tentando - e riuscendo - di cancellare nella gente il ricordo di quel tragico evento a suon di risultati.
Era entrato nel Partizan nel 1986, dopo sei stagioni nella squadra del- la sua città, il Borac di Cacak, fratello mag­giore di una nidiata composta da Divac, Djor­djevic e Paspalj.
Cinque anni più tardi, dopo essersi fatto le ossa ad allenare le minori del club più prestigioso di Belgrado, il passaggio in panchina, subito trionfale perchè il Parti­zan vinse scudetto e coppa jugoslavi e poi, a Istanbul, sorprese tutti eliminando la Philips Milano e an­dando a vince­re la finale (di un solo punto) con il Badalo­na.
A 32 anni appena com­piuti, esatta­mente come Bogdan Tan­jevic nel 1979 con il suo Bosna Sarajevo (in campo Pesic, Delibasic, Radovanovic, Vara­jic) diventava il più giovane coach europeo a conquistare una Coppa dei Campioni: que­stione di giorni, Boscia è infatti nato il 13 feb­braio 1947.
Ma, ancora più importante, Obra­dovic è stato il coach che ha donato alla Ser­bia il primo e, per ora, unico titolo europeo per club dopo le vittorie dei bosniaci di Tan­jevic e dei croati del Cibona di Novosel e del­la Jugoplastika di Kukoc e Radja.
Per Zeljko fu la prima grande affermazione personale. Il Badalona si ricor­dò di lui e della beffa di Istanbul un anno più tardi: in Spagna Obradovic portò subito la Jo­ventud a vincere la Coppa dei Campioni per accettare immediatamente dopo l'invito del Real Madrid e donare anche al club madri­leno la gioia della Coppa mag­giore, l'ultima vinta dal Real.
Strada spianata per Zeljko: due anni a Treviso orfana di Mike D'Antoni, con la soddi­sfazione di prender parte a Parigi all'Open di Michael Jordan, ma senza grossi risultati.
Infine l'in­vito di Atene e del Panathinaikos, da dove non si è più mosso. Signore di Atene - Dieci anni di vittorie lo hanno eletto re di Atene. In Grecia sono pas­sati tanti campioni e due in particolare ne ri­cordiamo con affetto: Nando Gentile, prota­gonista del successo del 2000 a Salonicco, e Bodiroga, protagonista della vittoria di Bolo­gna nel 2002, la prima di tre finali sempre vinte contro Ettore Messina.
Obradovic ha anche guidato la nuova Jugoslavia tra il 1996 e il 1999 a un argento olimpico, un oro mondiale e un oro e un bronzo europei.
Quando è tor­nato sulla panchina dell'ormai Serbia & Mon­tenegro, non ha avuto altrettanta fortuna: male ai Giochi di Atene, malissimo agli Eu­ropei di Belgrado.
Si consola con il "suo" club che sta guidando verso il 9° scudetto della sua gestione (secondo posto solo nel 2002) usando i sistemi di sempre: allenamenti du­rissimi, esperienza profonda, leadership ri­conosciuta, soprattutto una disciplina ferrea, da vero sergente.
Che abbia ragione lui lo di­mostrano i risultati.
di Mario Arceri
Corriere dello Sport Martedì 5 Maggio 2009


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