"Sì, gioco ancora, con i veterani."
In porta, ovviamente.
"No, macché. Non mi vogliono in porta. Perché sanno che non segnerebbero mai."
Non è un caso se Ubaldo Matildo Fillol, 59 anni, fisico ancora elastico, il numero uno dei numeri uno d'Argentina, sia tuttora considerato, diciannove anni dopo la sua ultima esibizione - vittoria per 2-1 il 22 dicembre 1990, con tanto di rigore parato, sua specialità - il più grande di sempre nella sua terra.
Merito suo, Ubaldo, o demerito di chi in seguito ha preso il suo posto? Ride, da Buenos Aires. "Non lo so, non è giusto dirlo". E sì che negli ultimi dieci anni, Fillol ha lavorato sui giovani portieri che arrivavano in Nazionale, portato in Federazione nel 1999 dal ct Josè Pekerman.
Li ha allevati tutti, compreso Carrizo. Che ne pensa Fillol?
"Che Juan Pablo, con cui ho parlato molto, deve sforzarsi di chiarirsi con l'allenatore.
Io ho giocato in Brasile e poi in Spagna, e ho cercato di adattarmi al calcio che ho trovato lontano dall'Argentina.
Lui dovrebbe cercare di fare lo stesso."
E la gambeta?
"La gambeta è un lusso, un colpo in più: non deve diventare un'abitudine, che rischia di danneggiare la squadra."
Lui sì che era tutto istinto, Ubaldo, una molla, sin da quando i più grandi, nella squadra di San Miguel, lo chiamarono in allenamento a giocare con loro - di tre anni più grandi - per sostituire il titolare, tale Pato Iglesias.
Loro non sapevano come si chiamasse, il ragazzino, e per abitudine chiamarono anche lui El Pato, il papero.
Mezzo secolo dopo, in Argentina El Pato è uno e uno solo, Pato Fillol, un'icona, anche ora che la Federazione gli ha fatto sapere tramite un segretario che non c'era più posto per lui.
"Sono anche amico di Diego Maradona, ma non so perché mi abbiano escluso"
, è pacato, adesso, ma il suo addio all'Albiceleste ha arroventato i giorni di inizio 2009.
Sposato con Olga Inès, ha tre figli, Nadia Soledad, Tamara e Sebastian Matìas. Che provò a fare il portiere, ma prese 13 gol alla prima partita e rinunciò. É diventato modello di successo, Sebastiàn, così che in Argentina spuntò la battuta facile:
"Come il padre anche lui ha a che fare con la Passarella...."
Oggi Sebastiàn, convertitosi in giornalista, ha un figlio, Valentin, primo dei tre nipoti del Pato, che comincia a giocare anch'egli, e con il padre cura il frequentatissimo sito ubaldofillol.com, in cui ogni domenica El Pato dà i voti ai portieri del campionato.
Non si piange addosso, Fillol, no di certo, non ha paura di sporcarsi le mani - ovviamente - come quando era ragazzino e lavorava dalle 6 alle 14 in panetteria prima di potersi allenare con il numero 5 sulle spalle, trascinato a dieci anni al calcio dall'amico di sempre Martillo Tolosa; o quando aiutava il padre Luis Damiàn - separatosi prestissimo dalla mamma, dona Cecilia - nel grill La Tablita in Ruta 3 a San Miguel; o quando seguì un amico per andare a Baires, 100 km da casa, poter giocare nel Quilmes.
Se l'addio è amaro, anche l'inizio in Nazionale fu difficoltoso. Condotto come terzo portiere dal ct Omar Sivori - sì, lui - al Mondiale di Germania 1974, per il successivo ct Cesar "El Flaco" Menotti, Ubaldo Fillol del River era solo il secondo di Hugo Gatti del Boca.
"Vieni con noi in tournée - gli disse Menotti nel maggio 1975 - ma a settembre tornerà Gatti."
"Se credi in me, devo giocare sempre"
rispose lui. Finì con un'arrivederci che suonò da addio, l'orgoglio fa spesso danni cosmici. Ma a fine 1977, a soli sei mesi dal Mundial casalingo, Fillol era talmente il più forte di tutti, da suscitare una sollevazione popolare.
Il giornale El Grafico si incaricò della grande pace, così che l'Argentina di Passarella e Kempes ebbe tra i pali El Pato, il più forte di sempre, a guidarla al trionfo.
"Cosa faccio adesso? Ho qualche proposta. Di allenare a Quito. Di occuparmi dalla politica sportiva nella Capital Federal su proposta del Governatore. Mi interpellano giornali e Tv. Mi chiamano per dare il mio volto per varie iniziative commerciali: questo fa piacere, se la mia immagine continua a ispirare fiducia."
Ora è nella sale un film sul Mondiale 1978 e sul dramma dei desaparecidos sotto la dittatura di Videla. Loro, i giocatori, quei giorni erano chiamati in campo a dare dell'Argentina un'immagine linda, pulita. Sospira, El Pato:
"All'epoca si sapeva poco di ciò che stava succedendo. Sui giornali veniva pubblicato ciò che loro volevano che uscisse. I dettagli li abbiamo conosciuti più avanti. Noi dovevamo cercare di dare gioia alla gente, e per quello che potevamo, ce l'abbiamo fatta."
Le mani sporche, quegli anni, non erano certo le sue.
Pietro Cabras
Corriere dello Sport Giovedì 23 Aprile 2009


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