La scorsa notte ci ha lasciato Achil­le Compagnoni, l'alpinista per anto­nomasia, che il 31 luglio del 1954 per primo scalò la terribile vetta del K2.
Se ne andato Achille, o meglio è torna­to lassù, perché l'alpinista valtelline­se, insieme a Lino Lacedelli il cielo lo aveva già toccato.
Un'impresa che ri­mane nella leggenda, nella storia. Non c'erano i mezzi di comunicazione odierni per trasmettere una così sen­sazionale impresa, ma ugualmente quel giorno di fine luglio a un quasi un decennio dalla fine della guerra, fu amplificato nel paese ed è rimasto an­cora fra i gesti epici dello sport italia­no.
Non c'era la televisione, con tg e reportage continui, ma la radio tutta­via ha diffuso per giorni quello sforzo epico in tutta la nazione, pari alle ge­sta di Coppi e Bartoli.

Achil­le CompagnoniAchille Compa­gnoni era ricoverato all'ospedale di Aosta per problemi legati all'età. Se ne andato senza soffrire partico­larmente, lasciando il mondo dell'al­pinismo sgomento. Marco Confortala, che è anche lui di Valfurva e di otto­mila ne ha scalati addirittura sei, nel­la mattinata è stato raggiunto dalla notizia:
" dovevo andare a trovarlo in questi giorni, peccato, non sono riu­scito a salutarlo per l'ultima volta ".
Marco Confortola, che ha perso tutte le dita dei piedi per il congelamento lo scorso agosto proprio sul K2, si trova­va spesso con il grande Achille.
" C'era un ottimo rapporto, e insieme a mio zio Mario Testorelli, altro riferi­mento fra le guide alpine, è stato il personaggio che ha contribuito a far­mi conoscere le mie montagne ".
Achille e Marco vengono dalla stessa regione, la Lombardia, la stessa valle, la Valtellina, lo stesso comune, Val- furva, e addirittura della stesso borgo, ovvero Uzza, una minuscola frazione dopo Bormio in direzione della stazio­ne sciistica di Santa Caterina.
"Il k2 è la montagna degli italiani, e con la morte di Achille se ne andato un pez­zo di storia di questo celebre ottomila.
Non mancavo mai di andare a trova­re Achille nelle sue baite. Ne aveva due. Una a Campolongo, dove teneva diversi cervi, e una a Campella. Quando scalavo gli 8000 ci confronta­vamo sempre, e quando al ritorno dal­l'ultima salita sul suo k2 mi disse che non c'era nessun problema se non avevo più le dita dei piedi, perché le montagne si arrampicano e scalano con le mani ".
Si diceva che risiedeva a Cervinia, e che faceva l'albergatore. Tutto vero, ma il grande Achille scappava appena poteva nella sua Valfurva per stare con le sue montagne, la sua gente, i suoi animali.
"La sua impresa era me­morabile non tanto per la diversità di abbigliamento o per l'apporto alimen­tare che io avevo, ma la prima salita del k2 nel 1954 è stata la più epica, quella per eccellenza proprio perché era la prima.
Io sapevo dove andavo, ero documentato, lui no. Achille e i suoi sono andati alla cieca, senza sa­pere cosa potessero aspettarsi dalla montagna che è di gran lunga la più insidiosa di tutte, anche più dell'Eve­rest "
, conclude Marco Confortola.
a proposito di comparazioni fra le due ere, Confortola come primo stra­to per la parte alta non usa come tut­ti il prolipopilene, ma una maglia di pelo di pecora.
" Me lo ha insegnato Achille. Mi aveva detto che con quel­la non avrei mai patito il freddo ".
Corriere dello Sport Giovedì 14 Maggio 2009


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