Pietro Mennea era un Bolt bianco

Pietro MenneaSedici ottobre 1968. Finale nazionale del­le Leve del Corriere dello Sport allo sta­dio di Termoli, manifestazione voluta e amata da Francesco Amodei, di cui lo sport italiano sente la mancanza.
Pietro Mennea e il sottoscritto posano con l'orgoglio di chi a sedici anni esibisce sul petto scarno una medaglia d'oro massiccio di due etti, dopo aver vinto rispettivamente i 300 e i 2000 metri con la maglia dell'atletica Barletta e dell'Atletica Cassino.
Poi di corsa a casa nella notte per seguire in tv la finale dei 200 il primo e quella dei 10.000, il secondo, dell'Olimpiade di Città del Messico.
Undici anni dopo quella illuminante pri­ma esperienza agonistica, due partecipa­zioni olimpiche (Monaco 1972 e Montreal 1976) e qualche titolo alle Universiadi per entrambi, il 12 settembre 1979 Pietro Pao­lo Mennea da Barletta avrebbe cancellato proprio sulla pista di Città del Messico il record del mondo dei 200 metri di 19' 83 che Tommie ' Jet' Smith aveva ottenuto nella finale olimpica.
Quel giorno di trent'anni fa lo sprinter pugliese spostò i limiti dell'uomo nella ve­locità. Proiettò l'atletica e lo sport verso una nuova era. Con 19'72 fermò il tempo, con un progresso a quel tempo impensabi­le di 11 centesimi sul vecchio primato.
Identico margine di miglioramento messo a segno da Usain Bolt poche settimane fa a Berlino, quando ha riscritto il proprio li­mite da 19'30 a 19'19.
Quello di Mennea fu l'ultimo record del­lo sport ad opera di un bianco. Per giunta con pochi muscoli e con un accenno di sco­liosi. L'ultimo dei fenomeni normali che riuscì a rivoluzionare le leggi della fisiolo­gia. Ma il primo dei primi a indicare quei confini che tre lustri dopo sarebbero stati spazzati via dalla furia della freccia gia­maicana.
a metà strada tra il record di Berruti e quello di Bolt (1' più veloce del Livio oro a Roma '60, mezzo secondo dietro il primato del giamaicano a Berlino), Mennea conti­nua ad essere ancora oggi simbolo e spe­ranza in un mondo normale sempre più po­polato da supermen.
In cui i limiti di oggi non sono mai per sempre. Perché a volte più della prestanza fisica contano ambizio­ni e voglia di riscatto che ti bruciano den­tro.
Come ben comprese il grande Muham­mad Ali, al quale un giorno Mennea fu pre­sentato come l'uomo più veloce del mondo.
" ' Ma com'è possibile, tu sei un bianco?', mi disse. E io gli risposi: ' Sì, ma sono nero dentro come te!'."
Cosa resta di quel record?
"i valori che sono propri dello sport. In cui nessun limite è impossibile. Dove nes­sun limite è impossibile anche se non hai un fisico bestiale. Io ci ho provato e ci so­no riuscito. Oggi quella mia impresa con­tinua ad essere un punto di riferimento per tutti."
Sì, ma vuoi mettere Bolt. Come può oggi un velocista europeo pensare di essere an­cora più veloce?
" Con il mio 19' 72 ai Mondiali di Berlino io avrei ancora conquistato l'argento (se­condo il panamense Edward in 19' 81).
Usain ha spostato la barriera a 19', quella stessa barriera che negli anni 70 era a 20'. É solo questione di tempo. Il mio record è resistito 17 anni, non ci avrebbe scommes­so nessuno perché l'aveva fatto un bianco, uno del Sud per giunta "
Vuol dire che è solo questione di testa, che il fisico non c'entra?
"Non proprio. La struttura fisica ha la sua importanza. Uno come Bolt può scen­dere sotto i 19' nei 200. Ha ampi migliora­menti davanti a sé soprattutto nella resi­stenza alla velocità. Non può darmi solo due decimi nei secondi 100 metri."
Quindi?
"Io mi allenavo come un mulo a Formia. Per 15 anni, io e Carlo Vittori. Sempre lì a perfezionare tutto. Andavo in pista anche a Natale e Capodanno. Per questo ho fatto quello che ho fatto. Bolt invece, bene che vada, si allenerà tre volte meno di quanto facessi io "
Ma con i suoi record pazzeschi non ri­schia di uccidere lo sprint?
"No. Sposta solo la barriera più avanti. Se ci riesce lui perché non dovrebbero far­lo anche altri? Nel mondo ci sono altri Bolt e non solo in Giamaica.
Dotati e motivati come lui chissà quanti se ne trovano in Africa e anche nel bacino del Mediterra­neo. Eppoi i miei record sarebbero potuti essere ancora migliori già trent'anni fa "
Ma nei giorni dell'Universiade di Città del Messico del 1979, oltre al record dei 200, strappò anche il primato europeo dei 100 al suo rivale Borzov con 10'01?
"Vittori scelse Città del Messico per il re­cord. Ma l'avessi preparato dopo aver vin­to il titolo olimpico a Mosca ' 80, sarei po­tuto arrivare anche a 19'50"
Però più di quarant'anni dopo il primo meno 10' sui 100, nessuno sprinter bianco è ancora riuscito ad andare sotto questo muro. Nemmeno in altura...
"Io già allora valevo meno di 10 secondi sui 100, ma nella testa avevo solo l'obietti­vo del record sui 200. Fossi tornato a Città del Messico qualche stagione dopo avrei potuto correre in 9'95"
Perché l'Italia non ha più un Mennea?
"é il nostro sistema sport che non fun­ziona. Campioni come me, Tomba, Simeo­ni, Pellegrini, Vezzali, non fanno parte di un progetto educativo verso i giovani.
An­diamo avanti solo grazie a iniziative dei singoli. Prendete la Giamaica, lì saranno anche dei fenomeni, ma con l'atletica ob­bligatoria in tutte le scuole sono riusciti a farne un modello da esportare all'estero. E noi? "
Cosa invidia a Usain Bolt?
"I soldi che sta facendo. É uno da dieci milioni di dollari. E se li merita tutti. A me il record fruttò 5 milioni di vecchie lire. Nella mia carriera ne ho fatti dodici, tra mondiali, europei e italiani. Sapete in tut­to quanti premi ho preso? Otto milioni di li­re!"
Corriere dello Sport Sabato 12 Settembre 2009


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